Anche oggi decidiamo di dare spazio ad opinioni altrui sul nostro blog.
Pubblichiamo come post un articolo che secondo noi è l'analisi e la riflessione sulla nostra città più bella e migliore che sia stata scritta negli ultimi anni.
Ecco di seguito l'articolo in questione....
Napoli, un dramma nazionale
di Ermanno Rea (da il Manifesto, 11-06-2008)
Non cerco d'abitudine la vetrina giornalistica. Capita però talvolta di avere qualcosa da dire, qualcosa che ti pesa dentro e pretende ascolto. Allora bisogna farsi coraggio e chiedere un po' d'attenzione. Essendo nato a Napoli, ho scoperto improvvisamente quanto sia difficile oggi portarsi dietro il peso di questa etnia. «Sei napoletano? Ma allora mi sai dire che cosa succede dalle tue parti? Possibile che in quella città non vi sia più una borghesia degna di essere chiamata tale? Una società civile capace di qualche protesta? Una guida morale e intellettuale purchessia? Possibile che siate tutti così imbelli e rassegnati, oltre che indisponibili a quei sacrifici cui ogni comunità dotata di un minimo di senso civico sa di non potersi sottrarre?»
Non ne posso più. La requisitoria, non so se promossa ma sicuramente amplificata da alcune «autorevoli firme» che ne hanno fatto oggetto di una petulante polemica, tende a farsi sempre più luogo comune. Non credo di esagerare: mille fantasmi sembrano agitare di colpo il fondo torbido del nostro Paese. Fantasmi dei quali sinora mi era sfuggita l'esistenza ma che probabilmente covavano nascosti da qualche parte dell'inconscio collettivo e che un improvviso colpo di vento - come chiamarlo diversamente? - ha ridestato dal letargo.
Preciso che non mi riferisco alle nevrosi del leghismo dilagante, bensì a ....( per continuare clicca su ("leggi tutto"))un più vago ed esteso sentire che anzi pretende una sua innocenza, una sua onestà indenne da ogni forma di razzismo. Anche se per me di razzismo si tratta, di razzismo inconsapevole, se si può dire così, che affiora perfino alle labbra di amici e conoscenti, persone che pensavi di conoscere a fondo e che invece conoscevi soltanto in parte (forse perché loro stesse si conoscevano soltanto in parte). Chiarisco. Mi sconcertano non tanto le critiche in se stesse (sono il primo ad affermare che a Napoli non esiste più una classe dirigente degna di questo nome, che il degrado sociale è spaventoso e la cosiddetta società civile - che pure esiste, porca miseria, e spesso sa essere eroica - vive ore amare, difficilissime). Mi sconcerta il modo con il quale queste critiche vengono formulate: come se il problema non riguardasse minimamente chi parla e accusa. Come se Napoli non fosse un pezzo d'Italia ma il lembo reietto di un oscuro territorio confinante. «Vedi - ho detto alcune sere fa a un maturo intellettuale, già parlamentare di estrema sinistra, - tu metti sotto accusa Napoli usando più o meno i miei stessi argomenti. Soltanto che ne parli con sufficienza e distacco, considerando quella città un ignobile altrove, mentre io ne parlo con l'ira e il dolore di un italiano che si sente personalmente ferito. E dico italiano perché per me quello che sta andando in scena a Napoli è prima di tutto un dramma nazionale, che ci riguarda tutti, che investe responsabilità politiche di ogni genere, vicine e lontane, e non soltanto una 'sporca faccenda' locale».
Come ha scritto recentemente su il manifesto Marco Revelli (venerdì, 6 giugno 2008), in poche settimane in Italia si va bruciando un intero patrimonio di civiltà giuridica e politica. Vale la pena citare testualmente le sue parole. «Lo sappiamo, purtroppo, per averlo visto infinite volte nel feroce Novecento: succede, è successo, succederà purtroppo ancora che un popolo, una nazione, un sistema istituzionale d'un colpo 'vadano giù'. Che perdano sé stessi. Il senso della misura...».
Il modo in cui viene generalmente percepito il caso Napoli mi pare un'ulteriore controprova di questa disfatta della ragione. Rimosso come problema estraneo al Paese nel suo insieme, esso tende sempre più a configurarsi (soprattutto a essere configurato dai mezzi di comuinicazione di massa) con i contomi dell'«anomalia» a mezza strada tra dramma e folklore. In ogni modo, come questione che non riguarda la coscienza del resto d'Italia in quanto i «non napoletani» sarebbero «un'altra cosa». Anzi, a giudizio di alcuni, sarebbero addirittura la virtù contrapposta al vizio (rammento qui di sfuggita la tendenza, espressa da qualche fantasioso interprete della «napoletanità», a ipotizzare l'esistenza di una sorta di naturale predisposizione alla protervia in taluni strati del popolo partenopeo, predisposizione risalente addirittura ai riti di Cerere che «celebrava i suoi saturnali a Piedigrotta, le sue feste dissipatrici nei palazzi dei principi, le sue vendette sanguinarie nei bassi...». Una predisposizione risalente insomma al mito e alla preistoria: quando si dice la mano di Dio, anzi di Satana).
Potrà nascere nulla di buono da tutto questo? È una domanda retorica, ovviamente: sono pessimista, benché non per vocazione. Lo sono perché quello che accade viene letto in maniera distorta e ingiusta. Perché tutti i più grandi maestri del pensiero politico, dall'unificazione nazionale in poi, hanno sostenuto che la questione meridionale non sarebbe stata mai risolta fino a quando non fosse diventata il cuore stesso del programma politico nazionale, il bersaglio collettivo numero uno, la sfida suprema, e questo non soltanto non è mai accaduto, ma è stato sempre deliberatamente contraddetto, ovviamente nei fatti se non nelle parole.
Ho tra le mani il discorso con il quale Giorgio Amendola, il 20 giugno del 1950, motivò alla Camera dei deputati le ragioni per le quali la sua parte politica si opponeva all'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Ne improvviso una brevissima sintesi che attesta l'impressionante attualità della tesi sostenuta. «Noi ci moviamo sopra il solido terreno della migliore tradizione meridionalista, che affermò sempre, con spirito profondamente unitario, il carattere nazionale del problema meridionale, da risolversi non con leggi speciali, non con soli lavori pubblici ma con un determinato indirizzo generale della politica nazionale... Ora voi, con il pretesto di dare mille miliardi (che non darete) cercate di creare un organismo che sarà un pericoloso strumento di corruzione e di asservimento delle popolazioni meridionali... I mille miliardi promessi non vi saranno mai, o non vi saranno tutti, ma vi sarà la Cassa che diventerà un nuovo cancro roditore della vita meridionale». Sono passati esattamente cinquantotto anni dal giorno in cui risuonarono a Montecitorio queste parole. Che còsa è cambiato, se non in peggio? Le profezie di Amendola si sono purtroppo avverate in maniera puntuale.
Il Sud è stato irrorato di denaro che è servito soltanto ad alimentare parossisticamente corruzione e malavita organizzata. Era quello che si voleva, no? E tuttavia, amici e conoscenti, e perfino intellettuali, scrittori e soprattutto opinionisti di fama non sanno fare di meglio che puntare indici accusatori contro la società civile di Napoli. Cornuti e mazziati, si dice dalle mie parti. Ma credo anche altrove. «Mazziati» infatti lo siamo un po' tutti, perché uno Stato che in sessantanni non è riuscito a realizzare il pieno controllo (anche economico, oltre che civile e politico) dell'intero territorio nazionale, e non è riuscito a debellare i centri di malavita organizzata, è uno Stato che ha fatto danni da tutte le parti.
Concludo. Tra i tanti fantasmi che si aggirano oggi in Italia vi è anche quello della sinistra che non c'è più. Si cerca un punto dal quale ripartire. Domando se questo punto non possa essere la stessa unità nazionale dell'Italia. La situazione esige una sorta di interiorizzazione del problema meridionale, in ogni caso il rilancio della sua centralità intesa come questione di vita o di morte. Ma i demoni trionfanti non ne vogliono sapere. Perché non partire, nella discussione, proprio da questa feroce contraddizione?
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